Era una primavera di speranza,
non ancora estate
e già sentivo l'autunno.
Il sole alto e nascente
ci guardava tra verdi germogli
ed io morivo pensandolo
lontano all'altro mondo
senza riuscire a viverlo allora
per quel che era ogni giorno
e non per la morte presunta
d'un addio imminente,
d'un presentito distacco
che sarebbe infine toccato
anche a quelle parole
mormorate all'eterno e per sempre
ma così umide di rugiada
da svanire all'estate.
E tu mi dicevi piano
non posso tornare,
non posso la vita
flebile del tempo:
mi deridono voci
dagli spiragli delle stelle,
mi deridono alla speranza
che porta primavera
i sinistri bagliori
in cui riporrei la gioia
e un'ipotesi di futuro.
E mi dicevi un giorno
ho scoperto sai
come forse chi sollevi
dalle angosce il pianto
non esista se non per diritto
o per il dovere mio
che amo infondo questo posto.
E lacrime guardando scioglievi
nell'esplosione verde
della stagione dei pollini,
lacrime a me già ferito
o forse mai rinato
e ancora sepolto chissà dove
sotto una neve
di farina perenne
come polvere appiccicosa
e rancida di cucina.
Perché non parli,
mi dicevi,
silenzioso compagno
e prendevi mani nelle mani
il fardello dei dolori
ch'era già sepolto
a dopo le tue parole
e la loro musica di sole
come un presagio d'addio
insito in ogni inizio.
E suonavano gli strumenti
degli alberi e dei rami
e dell'erba e dei fiori.
E suonavano le colline
e i sentieri rinverditi
e i sassi dove sedevamo.
E suonavi anche per me
l'arpa triste del cuore
ed io sordo ascoltavo.
Così andavamo soli
dove ci portava il vento
in un'aurora di vita
nel semi deserto del mondo.
Così fianco a fianco
più forti della morte
e delle grida della notte
senza temere il silenzio
nell'estasi della parole
mano nella mano nel mondo.
Ogni giorno insieme cercando
un incompreso qualcosa
per ritrovarlo poi nell'altro,
nel fondo dei suoi occhi
sedendo stanchi nel verde
su un muro di sasso nel bosco.
Ma tu, memoria, dell'età
non mi rendi giustizia
e solo un istante
mi ridoni del tempo
e mai più una notte
ricca del tuo segreto d'allora
quando come luna sorgevi
e non solitudine
ma con occhi di cielo
stavo in trepidante timore
alla soglia vana dei sogni
ove lei non sarebbe entrata.
E tu,memoria,sorella
del presente che s'accascia
e silenzio su silenzio
fatto di immagini limpide
ricurve tanto nel tempo
che per domani servono
sulla scena dei giorni
il già stato e sempre verde;
e tu,non sei già spegnere
e interrompere di vita,
se pure una di grida e scoppiare
e intermittente di dolore?
O sei un altro corso in noi,
un parallelo essere
nella cui stessa essenza
s'innesta di natura la sofferenza
che insedia e fagocita
nel cuore dal vuoto?
Così infine dolore
è la tua traccia
in solchi di nostalgia
ove si contrae l'anima
come a ferite di tempo
cui vuole sottrarsi.
Dolore in somma
a una vita che ne è
già e sarà afflitta
o succube nel tempo
come al vero padrone.
Dolore d'acciaio e luce,
una spada quotidiana
capace di scempio
e assoluta profondità
che al termine del sole
nell'eclissi di morte
s'allontana senza addio
da perfetta carnefice
e a te,ricordo indebolito,
lascia il consolare.
Memoria,
questo è il tuo destino,
che torni quando è sera
sulla disfatta del cuore,
della battaglia senza eroi.
Questo lo spirito
nel crepuscolo incipiente,
la tua voce sottile
che con tenera malinconia
sussurra nella brezza
nei tramonti di sangue:
Schönes Leben! du liegst krank, und das Herz ist dir
Müd vom Weinen und schon dämmert die Furcht in dir.
Doch, doch kann ich nicht glauben,
Daß du sterbest, solang du liebst.*
Ma io non posso tornare
in vano a sperare
e di nuovo ad aspettare
che non è il dolore
rifuggito nell'immobilità:
nemesi è la metamorfosi
della chimera del possibile,
non un sogno vacuo
ma il diritto
per nascita acquisito
di sapere come per ogni stella
quale sia stato l'incipit
e quale la fenomenologia d'un divenire
che muta dalla memoria
anche senz'altro rigenerare
ma solo deperendo in cancrena l'essere.
E poi di nuovo tu
nell'incoscienza dei sogni,
tu dall'età aurea passata,
dalla primavera d'amore
il tuo vapore di sole.
Tu sorella bionda di vita
con le spighe sognate mature
ma mai colte di giorno.
Tu che sei come sempre ma taci
o al massimo sorridi,
virtuale per desiderio mio
altrimenti nulla
o sprazzo d'ipotesi
ma non vero fuoco:
comunque onnipresente nostalgia.
a S.Z.
*Cfr "Der gute Glaube“ Friedrich Hölderlin
Der Gute Glaube III° Der Gute Glaube testo di A.B.